Editoriale — Redazione Osservatorio Atryo
Le università italiane sono in forma. È l'ora di fare sistema

L'eccellenza c'è. Manca tutto ciò che dovrebbe starle intorno.
C'è una notizia buona, per una volta, e conviene fermarcisi sopra prima
che passi di corsa come tutto il resto. Nell'ultima classifica QS World
University Rankings — che pesa più di millecinquecento atenei di tutto il
pianeta — ventisei università italiane su quarantasette esaminate hanno
migliorato la propria posizione, mentre Germania, Francia e Regno Unito
vedono arretrare la maggioranza dei loro atenei. Il Politecnico di Milano
è al numero 87, dentro il club dei primi cento del mondo. La Sapienza,
Bologna, Padova, la Statale, Pisa, la Cattolica, Pavia: nomi che salgono,
non che scendono. In un Paese abituato a raccontarsi in declino, è un dato
che merita di essere guardato in faccia.
E merita di essere guardato in faccia proprio perché è controintuitivo.
Perché lo otteniamo, questo risultato, senza le condizioni che altrove lo
accompagnano. La spesa italiana per l'istruzione universitaria resta
inchiodata a circa l'1 per cento del PIL, contro l'1,3 della Germania,
l'1,7 della Francia, il 2,1 del Regno Unito, il 2,3 degli Stati Uniti. È
un'eccellenza che nasce quasi per dispetto: la competenza e la passione dei
singoli — dei docenti, dei ricercatori, di una nuova generazione di rettori
e rettrici — che tengono, che spingono, che fanno un passo avanti nonostante
il resto. Abbiamo inventato noi la forma-università, a Bologna, quasi mille
anni fa. Il talento, evidentemente, non ci manca. Ci manca l'arte di
coltivarlo.
«Sistema»: una parola che in italiano suona straniera
Perché è qui che si apre la vera domanda. Attorno a questa eccellenza nonc'è un sistema. E «sistema» è, diciamolo, una parola che nel nostro Paesesuona quasi straniera. Guicciardini lo aveva già capito cinque secoli faquando parlava del «particulare», l'interesse del singolo che viene sempreprima dell'interesse comune. Siamo campioni del gesto individuale ediffidenti verso l'infrastruttura collettiva; sappiamo produrre il genio,molto meno la filiera che lo trattiene. Ogni ateneo compete con quelloaccanto invece di fare rete; ogni città difende il proprio campanile invecedi leggersi come nodo di una geografia più larga.