Città — interno
Studentati, l'occasione mancata del PNRR

La carenza cronica di posti per gli studenti fuorisede doveva essere superata creando 60mila nuovi posti letto. Una cifra ambiziosa, all'altezza del problema. Peccato che, come ricorda il bilancio di metà anno del Fatto Quotidiano, a inizio 2026 quelli effettivamente in dirittura d'arrivo fossero appena 32mila: poco più della metà.
Già questo basterebbe a parlare di occasione mancata. Ma il modo in cui si è arrivati a quel dimezzamento dice molto di più del numero in sé. Per centrare anche solo il traguardo ridotto si è corsi ai ripari tagliando le risorse della misura — dagli 1,2 miliardi iniziali a circa la metà — e affidando a Cassa Depositi e Prestiti un nuovo fondo per recuperare il terreno perduto. Un'opera di rattoppo contabile, più che una politica per il diritto allo studio.
Il punto più rivelatore, però, è un altro, ed è dove la vicenda smette di essere una storia di ritardi burocratici e diventa una questione di a chi giova davvero la spesa pubblica. I bandi ministeriali impongono ai gestori degli studentati finanziati un canone inferiore di almeno il 15% rispetto ai prezzi di mercato. Sulla carta sembra una tutela per gli studenti. Nei fatti, in città come Milano, significa avvicinarsi ai 900 euro al mese per una singola. Una "calmierazione" agganciata a un mercato già fuori controllo non calmiera nulla: ne fotografa l'inflazione e la legittima, usando denaro europeo per consolidarla.
Viene allora da chiedersi a chi sia servito tutto questo. Se l'esito di miliardi di fondi straordinari è un numero di posti dimezzato e canoni che restano proibitivi per la famiglia media, la domanda non è retorica per pigrizia polemica: a beneficiare di un mercato dell'affitto studentesco strutturalmente teso, con offerta scarsa e prezzi ancorati verso l'alto, non sono gli studenti. E quando un intervento pubblico finisce per ratificare quei prezzi anziché correggerli, è lecito interrogarsi su quale interesse abbia davvero protetto.